Inutile negare che febbraio è uno dei mesi più cari all‘immaginario catanese. È il periodo in cui, più di tutti, si intersecano (soprattutto a tavola) religione e folclore, tradizioni sacre e tradizioni profane.
Se, infatti, alla festa della patrona Sant’Agata sono legati dolci deliziosi, al Carnevale catanese appartiene un piatto altrettanto voluttuoso ma di certo più esagerato: la pasta che’ cincu puttusa.
Questo speciale formato, un maccherone con un buco centrale più grosso e quattro laterali più piccoli,
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A New York quando nominavi la pasta italiana tutti pensavano a lasagne o tortellini. Per la nonna, invece, significava parlare di “cavatelli, busiate e maccaruni”. Quella ripiena, infatti, era un formato riservato alle feste.
Solo a Natale e nel giorno del compleanno di Turiddu la nonna preparava dei “maccaruni chini” conditi con il tradizionale ragù di maiale siciliano.
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Kemal Demir era davvero un “picciriddu spertu”, Turiddu lo aveva incontrato al suo arrivo a Catania.
Bazzicava alla Civita, e lo trovavi ogni mattina agli Archi della Marina a vendere “u mauru” con sale e limone, una prelibatezza che purtroppo in giro oggi non si trova più.
Avrà avuto tredici anni al massimo, due occhi scurissimi e la pelle ambrata.
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Non esiste ricettario di famiglia che si rispetti che non cresca nel tempo. Vecchi appunti, annotazioni a penna e magari qualche ricetta “volante” estrapolata da una rivista di cucina o da un giornale, raccolta tra le pagine di un vecchio quaderno.
Sono scene queste che non si vedono più. Nell’epoca di Instagram sembra impossibile anche solo da immaginare.
Cumpari Turiddu, invece, il ricettario della nonna lo conserva ancora.
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“Del maiale non si butta mai niente” ripeteva la nonna al piccolo Turiddu, ricordando di quando, vicino ai giorni di festa, ci si preparava al rito dell’uccisione del maiale.
È una tradizione che può sembrare cruenta oggi, ma all’epoca la disponibilità di carne era poca e questo era l’unico modo per garantirsi grasso e riserve per il periodo invernale. Basta pensare che la carne di un solo animale permetteva la sopravvivenza di una famiglia per un intero anno.
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