Pesce spada alla ghiotta, la ricetta di origini messinesi nella quale “fare scarpetta” è d’obbligo.

Il modo in cui cucinava, la scelta delle ricette e una netta predilezione per il pesce, tradivano le origini messinesi della nonna. Uno dei suoi cavalli di battaglia, tra i preferiti di Turiddu, era un secondo a base di pesce spada con un sugo gustosissimo dal nome succulento, la ghiotta. Un sugo che la nonna cucinava spesso perché lo trasformava poi in base alle esigenze.

Con abilità manuale preparava un soffritto di cipolla e sedano, poi aggiungeva pomodoro, capperi e olive verdi. Diverso da quello alla base della zuppa di pesce alla trapanese. Con zucchero e aceto, infatti, diventava la base per la caponata o per il coniglio in agrodolce. Senza, era perfetto per  il baccalà e il pesce spada.

La ricetta dello “stare insieme”

È facile intuire perché, quando arrivava in tavola “u piscispata a gghiotta“, era subito festa. Pesce freschissimo, senza spine e dalla consistenza morbida, immerso in un sughetto leggero ma davvero saporito. Nel quale era obbligo a fine pasto bagnare il pane e “fare scarpetta”.

L’acidulo del pomodoro e il tocco salato dei capperi e delle olive sembravano abbracciare, in un trionfo di sapori, i carnosi tocchetti di pesce spada. Ecco perché era impossibile resistere e si finiva per mangiarlo “ghiottamente”, con una certa avidità.

Anche in altre regioni d’Italia, in Abruzzo ad esempio, esistono ricette definite “alla ghiotta”. La maggior parte di esse però sono a base di carne o verdura.

Probabilmente devono in gran parte il nome alla leccarda usata per raccogliere il grasso che cola dalla carne che rosola sullo spiedo, che viene chiamata per l’appunto ghiotta. È anche probabile che il termine derivi, invece, (come in italiano) da “gluttum“, cioè gola. E poi per analogia golosità.

Oltre alla indiscussa bontà, però, il pesce spada alla ghiotta per Turiddu significava (e significa) qualcosa di più. È soprattutto la ricetta dei pranzi in famiglia, dello stare insieme e del condividere. Motivo per il quale, nell’ottica dell’ospitalità portata avanti dal Cumpari, non era pensabile non inserirlo in menù.

Lo trovate, infatti, tutto l’anno tra i nostri secondi di pesce. Riuscirete voi a non “fare scarpetta”?