Cumpari Turiddu imparò ben presto che “tutto il mondo è paese”: Catania e Acireale come Brooklyn e Manhattan. Tanto vicine quanto diverse, piene di luoghi comuni l’una verso l’altra e perennemente in conflitto.

Turiddu, rientrato in Sicilia, capii molto presto che per un catanese verace lo jacitano sarebbe stato sempre un trunzu, cioè una testa di rapa, e non gli fu dato sapere cosa fosse invece un catanese per un acese DOC.

Non fu, quindi, difficile comprendere (anche per un siciliano “americano”) perché quel piccolo cavolo rapa dalle striature violacee, coltivato nel territorio di Acireale e tanto comune nei mercati catanesi, fosse chiamato cavolo trunzu di Aci.

Ma questo ortaggio, al di là del nome, non è affatto una semplice “testa di rapa”. Piccolo nelle dimensioni è ricchissimo invece di minerali e vitamine. Il terreno lavico, infatti, gli regala il caratteristico colore violaceo (tipico anche del cavolfiore violetto catanese) e un sapore unico.

Protagonista indiscusso della cucina locale, dopo la Seconda Guerra Mondiale non ebbe però vita facile. Intorno agli anni ‘40, purtroppo, un po’ per colpa dell’espansione della città di Catania, un po’ perché molti agricoltori si trasferirono nel ragusano (ma anche in America e nel nord Italia) la coltivazione del cavolo trunzu diminuì progressivamente.
Tanto che ad oggi la sua coltivazione non supera l’ettaro di superficie ed è localizzata nell’area etnea compresa tra Milo e Adrano.

Al momento il Presidio Slow Food coinvolge solo tre produttori. L’obiettivo ultimo è, però, quello di costituire un’associazione più numerosa di agricoltori che ne preservi la produzione e che garantisca una presenza sul mercato ad un prezzo migliore di quello odierno.

Il cavolo trunzu si produce in due cicli, uno fra maggio e giugno, e un’altro (il migliore) nel cuore dell’autunno, tra ottobre e novembre.

Nella cucina catanese di consuma interamente (foglie comprese) e si prepara in mille modi diversi. Lo si mangia sia cotto che crudo, saltato con la pasta e insieme al pesce. Cumpari Turiddu lo preferisce, però, reso vellutata in accompagnamento alla triglia, meglio se in crosta di sesamo.